venerdì 1 giugno 2012

Andrea Agnelli: «Il prossimo trofeo che alzeremo sarà il più bello»



Oggi in edicola su La Stampa l'intervista al Presidente della Juventus Andrea Agnelli.

 Andrea Agnelli, ha pianto per lo scudetto? 

«Ho realizzato solo qualche giorno dopo, quando ho parlato alla squadra: lì ero emozionato. La sera della vittoria non mi sembrava reale, sentivo i clacson della gente: non mi ero ancora reso conto di averla fatta grossa». 



Perché non era andato a Trieste? 

«Come per le ultime quattro trasferte. Quella con il Cesena l’avevo seguita con le mail, in un parcheggio di una fabbrica della “Chrysler”, a Detroit: figurarsi quando ho visto scritto 4 minuti di recupero». 

 La sterzata della stagione? 

«A Napoli, il discorso dell’allenatore, all’intervallo. Ho pensato: “Ce la giochiamo”. Ha fatto capire le potenzialità dei giocatori, ha cambiato la mentalità. Altri 5 minuti e la vinciamo 5-3, non 4-3 (finì 3-3, ndr)». 

«Dal Paradiso all’Inferno e ritorno», ha scritto 12 mesi fa mai pensato, ci tocca ancora il Purgatorio? 

«Dissi: “Se l’anno prossimo, di questo periodo, avremo questi problemi, allora avremo un problema. Ma erano due settimi posti diversi: il primo di fine ciclo, quello in piena fase di ristrutturazione».

Uscimmo a rivedere le stelle, restando a Dante: quante sulla maglia? 

«Per noi gli scudetti sono trenta: come ho detto, sulla maglia ci sarà una sorpresa». 

Alla Cnn ha parlato di 28 scudetti. 

«Sul campo, trenta. Poi c’è l’albo d’oro della Federazione. Come c’era la nostra domanda per una parità di giustizia. E il nostro esposto rimasto senza risposta: sarebbe stata un’opportunità politica da parte della Figc per rimettere a posto le cose. L’Inter, che nel 2006 era arrivata terza perché in mezzo a noi c’era il Milan, è andata in giro con lo scudetto degli onesti. Tutt’al più dei prescritti. Noi rispettiamo le istituzioni, abbiamo accettato le sentenze, e chiesto di rivedere un episodio: non l’hanno fatto, quello è stato uno sgarbo». 

Che ne pensa dell’inchiesta sul Calcioscommesse? 

«Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi in maniera severa, perché si tocca la credibilità, i sogni della gente. Però non bisogna far confusione con quello che può essere un logico ragionamento sportivo, e qui do un sostegno alle parole di Buffon. È chiaro che se serve un punto a me per la Champions e uno a te per salvarti, difficilmente uno gioca con il coltello tra i denti. Fa parte del mondo dello sport e nulla ha a che vedere con l’arrangiare le partite o le combine. Il problema è serio, ed è sacrosanto che la magistratura sportiva e ordinaria utilizzi tutti i mezzi in suo possesso per fare chiarezza.Quello che è fastidioso è come queste vicende vengono enfatizzate e spettacolarizzate ».

Sono finiti sotto i riflettori Buffon e Bonucci. 

«Gigi Buffon è un atleta assolutamente leale e non ha bisogno di arrivare a situazioni di scommesse per fare quadrare nulla. Quello che sicuramente è singolare, è che questa informativa esca oggi. Il fatto poi che Buffon non sia neppure indagato, stupisce doppiamente. Così come è singolare, e grave, che oggi venga pubblicata l’iscrizione nel registro degli indagati da parte di Cremona, trasmessa a Bari, dove si trovano anche nomi di persone che, a oggi, sono state sentite solo come semplici testimoni». 

Conte resterà l’allenatore della Juve anche in caso di squalifica? 

«Poniamoci i problemi di oggi. A quanto è la nostra conoscenza, la sua posizione è vicino all’insignificante. Poi faremo tutte le valutazioni, nel caso qualcosa si modifichi. Dopo di che, ci sono altre cose». 

Cioè? 

«Un codice di giustizia sportiva vicino all’arcaico, se pensiamo ai termini di fatturato che ha raggiunto il calcio, sui 18 miliardi a livello europeo. So benissimo che cambiare le regole in corsa è sbagliato, ma, appena possibile, abbiamo bisogno di rivedere i codici che ci governano. Paragonare la posizione di Andrea che gioca un torneo domenicale di golf con atleti professionisti di sport di altissimo livello è sbagliato: parlo di responsabilità oggettiva e omessa denuncia, per esempio. Non sarebbe l’unica riforma, però». 

Un menù di quelle necessarie? 

«Rivedere la governance della Lega diA, per essere un interlocutore credibile davanti alle istituzioni, Stato, Coni e Figc. La legge sugli impianti sportivi, che permetta ai privati di investire in maniera rapida e a condizioni favorevoli, la legge 91 dell’81 con la possibile introduzione della figura dell’atleta professionista, la tutela dei marchi, una revisione dei campionati, con la Federazione. Competere vuol dire anche darsi un orizzonte: vogliamo sostenere l’eccellenza in Europa o la mediocrità in patria ed essere il Paese campanilistico dei 60.000 comuni?» 

Intanto ha ristrutturato la Juve. 

«C’è stato un processo di grande rinnovamento, sportivo e aziendale: ogni anno dieci giocatori nuovi. In quel contesto cercare il campione che ti cambiasse il rendimento della squadra era impensabile. Oggi puoi pensare di farlo. Ma poi si apre l’altro interrogativo: andiamo a creare disequilibri o inseriamo un valore aggiunto? La risposta dipende anche da quel che si trova sul mercato: un conto è dire ho capacità di spesa illimitata, un altro che devo trovare il campione giusto a un prezzo accessibile e ragionevole». 

Vi siete dati un salary cap? 

«No. Dico solo che la Juve ha una capacità di fuoco, cioè stipendi più ammortamenti, che sta tra i 150 e i 160 milioni di euro. E che questo ci pone nelle prime dieci in Europa. Entro questa, vale tutto. Se poi vale l’equazione, rendi per quanto costa la squadra, sei sempre almeno negli ottavi o nei quarti di Champions League». 

Cruijff diceva: «Vinca il migliore, al di là del budget».È ancora possibile? 

«Sono epoche diverse. Oggi si è modificato tutto, basta prendere gli ultimi due decenni: i principali Paesi sono dominati da poche squadre. Quelle con bacino di utenza, che portano gente agli stadi e vendono immagini televisive». 

Di una star, pesa di più il prezzo di acquisto o la busta paga? 

«Lo stipendio è quello che squilibra di più». 

Si aspettava che Conte fosse così bravo e decisivo? 

«Aveva vinto due campionati di B, e poi ne conoscevo il carattere. Antonio è stato la ciliegina sulla torta, ha funzionato da acceleratore: lui conosce il dna Juve, l’ambiente, al pari di quel che io facevo in società». 

Il Milan vende,voi comprate: come ha fatto a capovolgere il mondo? 

«Duro lavoro da parte della società, e della parte sportiva. Direi Marotta, Paratici, Giovanni Rossi, Nedved, Pessotto. La capacità vera è tenere una squadra competitiva costante nel tempo, senza arrivare a fine ciclo. Noi eravamo a fine ciclo: e a un certo punto devi sapere chi cambiare. Via Zidane, uno che sembrava insostituibile, per Nedved, Thuram, Buffon. L’esempio più lampante, la capacità di rinnovarsi». 

Per questo non c’è più Del Piero? 

«Da una parte quello, e poi tutte le storie hanno una fine. Neppure il miglior sceneggiatore avrebbe immaginato di meglio: lui che alza la Coppa dello scudetto, nel nuovo stadio di cui sentiva parlare da quando era qui». 

Più difficile vincere la Champions o portare la“Ryder Cup” in Italia? 

«Sono due cose diverse. Per la Juve, stando alle risorse disponibili, vincere la Champions è un obiettivo. L’anno prossimo partecipa e ha l’ambizione di vincere. Siamo andati oltre la nostra pianificazione, non oltre la nostra ambizione. Portare la “Ryder Cup” qui è davvero difficile, perché il peso specifico del golf italiano su quello mondiale è marginale». 

Juve di Capello contro Juve di Conte, chi vince? 

«La Juve». 

Prandelli pagherebbe un biglietto per una partita di Zeman: lei? 

«Per vedere “Anfield Road”, mai sentito “You never walk alone” dal vivo». 

Se il top player è la squadra, come ricordava John Elkann, Van Persie, Higuain e compagni sono impossibili? 

«Assolutamente no: volendo, si può fare. Due anni fa sarebbe stato inutile: c’era da costruire la casa, inutile metterci una tv al plasma. Poi bisogna fare valutazioni a 360 gradi: vedere se uno è un bravo ragazzo o uno spirito ribelle. Tevez o Van Persie?» 

Quando non era presidente ma solo tifoso chi avrebbe preso? 

«Mi importava vincere». 

Perché Van Persie ha fatto un giro turistico a Torino? 

«Ah sì?» 

Lei come ha vissuto questi due anni? 

«La vera sfida è stata rivitalizzare una società che era quasi morta: due anni fa, a metà maggio, vado in sede sabato mattina e la trovo sprangata. Un anno dopo, sabato mattina, vado e ci sono 25 persone in ufficio. Ridare entusiamo a chi lavorava, ai nostri tifosi che dal 2006 al 2010 avevano smarrito la squadra: come la vecchia Dc, una tifoseria di correnti. Ma d’altronde, i cambiamenti sono di rottura e di ricostruzione». 

«Un sogno realizzato smette di essere un sogno», diceva Valeri Lobanovsky. Ha già il prossimo? 

«Lo scudetto è già finito, bisogna ricominciare da zero. Il prossimo trofeo che alzeremo sarà il più bello».


La Stampa

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